La torre di Cesare
Marcella Ferrara
4 settembre 1957
Mi chiamo Cesare, abito in un castello e oggi è il mio compleanno.
Mia nonna ha detto che ormai so scrivere e mi ha regalato questo quaderno nuovo con la copertina rigida e le pagine pulite che sanno di buono e di fresco. Mi ha stretto forte nel suo abbraccio di naftalina e acqua di rose, io sono corso via, ho preso una penna e mi sono nascosto al solito posto tra le botti e i tubi, nel punto più asciutto che ho trovato. Lì seduto, ho aperto il quaderno sulle ginocchia e, sulla prima pagina, al centro, in stampatello, ho scritto “Il diario di Cesare”. Ho chiuso gli occhi e sono stato in silenzio ad ascoltare le cicale che cantano ancora anche se è già settembre e ho annusato quell’odore forte di uva e alcool che dopo un po’ mi fa girare la testa ma che mi fa sentire felice.
Il mio castello è grande e pieno di stanze ma io l’ho esplorato tutto e conosco tutte le scorciatoie e i passaggi segreti. Quando ero piccolo mi piaceva nascondermi e farmi cercare dappertutto, in mezzo ai filari, dentro la grotta dove c’è la cantina, nei cunicoli della montagna che è attaccata al castello, nelle torrette, nelle stanze più lontane e poi felice, quando mia mamma mi trovava, correvo verso i campi per non farmi prendere. Recuperavo un po’ il fiato sotto il ponticello di pietra subito dopo il borgo, poi mi rifugiavo lontano, nell’erba alta, a pancia in sotto, con le braccia aperte e la faccia sulla terra fresca e scura. Restavo così per qualche minuto, poi mi giravo a contemplare, con gli occhi strizzati per il sole, le nuvole che correvano nel cielo terso e poi, più vicino a me, le farfalle con le ali di tutti i colori e le api regine scortate dalle altre, in volo verso fiori pieni di nettare.
Anche adesso mi piace nascondermi ma solo quando voglio stare un po’ tranquillo e sempre nello stesso posto, che è il mio preferito:la torre di Pagliaccetto. Chiedo spesso a mia madre di raccontarmi, prima di dormire, la sua leggenda.
Pagliaccetto viveva nel 1700 proprio qui, nella tenuta di Torrimpietra, di cui erano proprietari i Falconieri. Allevava mucche ma era conosciuto per le sue doti magiche. Si dice che fosse amico di novantanove folletti con cui in una notte aveva costruito le novantanove fontane della tenuta e la torre dove abitava e dove, quella stessa notte, aveva piantato un uliveto.














