L'antro del fauno
Mirco Corridori
Quando capì che nessuno la stava osservando Lavinia corse via dalla sala. Si arrampicò in gran fretta sulle scale sollevando con entrambe le mani l'abito turchese che le sarte avevano confezionato appositamente per quel giorno. Quando arrivò di fronte alla porta della sua stanza si fermò: ansimava e teneva una mano delicatamente posata sul petto. I capelli erano raccolti in uno chignon adornato da un diadema in cui erano incastonati smeraldi di rara fattura e perle provenienti dalle Indie.
In un attimo fu dentro. La luce, al di fuori delle finestre, entrava timida e rossastra. Si guardò attorno ansiosamente finché non trovò il baule.
Erano trascorsi dieci anni dall'ultima volta che era stata a Villa Aldobrandini. Sapeva che qui, nella stanza dove aveva trascorso l'infanzia, aveva lasciato tutti i suoi più bei ricordi. Aperse il baule e vi trovò i giocattoli così come li aveva lasciati: bambole di pezza dai sontuosi abiti in seta, animali intagliati nel legno, un caleidoscopio che attirò immediatamente la sua attenzione e le indusse un largo sorriso. In fondo al baule notò un disegno. Riconobbe la figura di un uomo dalle zampe caprine vicino al quale, con una calligrafia incerta, vi era scritto: “Devo tornare quando compirò venti anni”. Rimase a bocca aperta per lo stupore quando riconobbe la propria calligrafia di bambina.














