L’estate che veniva
Giovanni Antonucci
«A cosa pensi?»
«Mah… è tutto un gran casino Albe’»
«In che senso?»
«Eh… nel senso che non me ne va una dritta, dunque è un gran casino»
«Be’, ora sì che sei stato chiaro…»
«Già, scusa: non sono di gran compagnia stasera, vero?»
«Diciamo che ti ho visto stare meglio, dai. Ma in fondo ti ho visto anche peggio, dunque…»
«Mi porti ad Ariccia? È un sacco di tempo che voglio andarci, ma c’è sempre qualcosa che
mi frena»
«Non vorrai mica fare qualche cazzata, vero?»
«E dai, imbecille, voglio prendere una boccata d’aria fresca dei Castelli e fermarmi un po’
sul ponte per guardare tutto quel che non capisco da lassù: chissà che non trovi qualche risposta»
«È strano, vero?»
«Cos’è strano?»
«Che per trovare delle risposte dentro di noi dobbiamo fare almeno trenta chilometri»
«È un bel paradosso, hai ragione»
«Che faccio, allora, metto in moto?»
«Sì, magari. Ti va un po’ di Rino Gaetano o preferisci la radio?»
«No, no, niente radio che mi viene il mal di testa: va benissimo Rino»
“L'estate che veniva con le nuvole rigonfie di speranza, nuovi amori da piazzare sotto il sole.
Il sole che bruciava, lunghe spiagge di silicio e tu crescevi, crescevi sempre più bella.
Fiorivi, sfiorivano le viole e il sole batteva su di me e… e tu prendevi la mia mano, mentre io
aspettavo…”














