Nazzano
Si avviluppa a spirale arrampicandosi sul cocuzzolo dominato dal suo castello, Nazzano, in un gioco di cromie variabili sul tono del cotto. Appollaiato con la sua grande torre cilindrica su di una posizione che respira un panorama straordinario sulla valle del Tevere e si apre ad orizzonti smisurati sulla Sabina:
“E’ la Sabina, ne sono certo, una delle regioni meno note dell’Italia, e dal famoso ratto in poi, sebbene vicina a Roma, quasi evitata dai turisti. Così conserva, con la sua antica agricoltura di ulivi dalla chioma rada e di viti storte, come una parentela di latte con la Toscana e con l’Umbria, appunto perché più rustica, e un po’ impacciata. Del Lazio assume gli scomodi e pittoreschi paesi sui cocuzzoli, nerastri, rigidi, come gli uomini vestiti a Festa sul sagrato della Chiesa, la domenica”.
(C. Brandi, Terre d’Italia)
Forse è la Serpenas, citata nei documenti antichi e tanto cercata dagli archeologi, che aveva funzioni di confine con l’agro falisco, di difesa del territorio a nord nonché di controllo della valle del Tevere e faceva parte di una delle tre città della confederazione dei Capenati, popolazione italica in stretto rapporto con gli etruschi di Veio.
“I Sabini sono una stirpe assai antica e sono autoctoni; loro coloni sono i Picentini e i Sanniti coloni di questi ultimi sono i Lucani e di questi i Bretti. Si potrebbe considerare questa antichità come un argomento a testimonianza del loro valore e delle altre virtù, grazie a cui essi perdurano sino ad oggi”
(Strabone, Geografia)
La sua posizione nodale a controllo del guado del Tevere e del porto ne aveva reso l’Oppidum, roccaforte strategica in un quadro politico militare di contesa tra i benedettini di Farfa, legati all’imperatore, e gli abati di S. Paolo ( a cui era soggetta Nazzano), schierati viceversa col Papato.
Ai monaci di San Paolo spetta infatti l’adeguamento della struttura primitiva del castello (XII secolo) con tutto il suo corredo difensivo di feritoie, caditoie, di coperture per il cammino di ronda, e di un significativo ampliamento con un rivellino circolare collocato davanti al mastio.
Ma l’esperienza artistica di Nazzano non si limita qui e si arricchisce delle fattezze romaniche di S. Antimo.
Tra lecci e querce, su di un poggio prima dell’ingresso al paese, la chiesa parla di culti pagani di una deità femminile dai non chiari connotati: come forse una Magna Mater, una Bona dea o piuttosto una Diana, che poi si mutano e trovano le forme di un tempio ottoniano.
Un gioiello a cavallo tra il XII e il XIII secolo, con la sua croce latina che si veste di cosmatesco sui pavimenti mentre recupera nei marmi le tradizioni precedenti.
Antoniazzo vi lascia qui la firma in una Incoronazione della Vergine ( XV sec.) di grande effetto decorativo che si esalta del vigore cromatico di questo maestro laziale: nei suoi azzurri oltremare, nei suoi verdi e gialli, nelle sue campiture compatte e raffinate. E vi testimonia, anche lontano da Roma, “mirabil saggio di sè” della sua capacità, del suo estro creativo.















