Il Tempio della Sibilla a Tivoli
Abbarbicato in cima ad una rupe col suo anello di colonne, il tempio della Sibilla serba ancora intatto il suo mistero. Traguarda l’orizzonte lontano e dall’alto dello spacco della valle si accompagna alla voce della cascata e produce quell’incanto sublime che aveva fatto innamorare Goethe:
“… Sono stato a Tivoli ed ho ammirato uno degli spettacoli più superbi. Le cascate insieme alle rovine antiche e tutto l’assieme di quel paesaggio sono cose la cui conoscenza ci arricchisce nell’intimo dello spirito”(Goethe,”Viaggio in Italia”)
E’ l’Acropoli di Tivoli che si stacca o, meglio, si distacca dal resto dell’abitato con sovrana superbia, quasi a reiterare la voce profetica del suo genius loci nel punto che domina lo strapiombo dove si getta l’Aniene, formando le celebri cascate.
E poco importa che si tratti o meno della celebre Sibilla Tiburtina o di qualche altra deità del pantheon greco-romano. Di lei, del suo essere incarnazione divinatoria del luogo resta fragrante lo spirito:
“la decima sibilla è quella di Tivoli, chiamata Albunea, che è venerata a Tivoli come una dea presso le rive del fiume Aniene, nelle cui acque si dice che sia stata scoperta la sua statua di culto, recante in mano un libro”
(Lattanzio, “Inst”, I, 6, 12)
Il libro era quello in cui erano contenuti i responsi della Sibilla. Gli stessi che, nel 76 a.C., furono portati a Roma per sostituire i Libri sibillini distrutti nell’incendio del tempio di Giove Capitolino dell’83 d.C.
Dei due templi che svettano sul Castrovetere (così è conosciuto oggi il luogo) il più antico è quello a Nord (metà del II a.C.), il tempio rettangolare, mentre quello rotondo, appartiene con tutta probabilità alla fine del II a.C. E’ la tradizione letteraria ad assegnare questo straordinario sito al fondatore della città, Tiburnus, e al culto della Tiburtina. E’ Orazio in particolare a collegare le due divinità con le cascate dell’Aniene:
“(…) la dimora risuonante di Albunea e la cascata dell’Aniene, il bosco di Tiburno e i frutteti irrigati da mobili ruscelli”
(“Carm.” I, 7, 12)
I due templi sopravvissero agli eventi per essersi poi trasformati nel culto cristiano e aver accolto le chiese di S. Giorgio (quello rettangolare) e S. Maria Rotonda. Grazie a questo continuum d’uso hanno retto alle ingiurie del tempo lasciandone memoria incancellabile:
“E forse che non dovremmo parlare di Tivoli…? Che importa che siano famose in tutto il mondo, per questo ne dovremmo tacere? Hanno un bell’essere famosi, ma villa d’Este, la cascata dell’Aniene, il tempio della Sibilla, anche dopo averlo visto tante volte in Claudio Lorenese e altrove rimangono sempre un incontro che non si dimentica, con quel cielo, quella lontananza, quelle luci”
(Brandi, “Terre d’Italia”)















