Rocca Canterano
Si annida sul cucuzzolo di un’altura dirupata dei monti Ruffi tra ulivi, castagni e querce, Rocca Canterano, lasciando inerpicare le sue casette bigie a dominio della valle dell’Aniene.
“Dopo la minore altura verdeggiante ai pie' di Rocca s. Stefano, l'aspro dorso del Monte Crufo sostiene Canterano, Rocca Canterano e Rocca di Mezzo. Quindi restringonsi i monti facendo vedere le loro opposizioni di bianco e di azzurro colorate dal sole. Ne' colli al nord si dilettano del meriggio foreste di olivi e lunghi filari di viti sino alla nuda montagna, nella quale sotto la rotonda balza di Mora Ferogna alcune fabbriche in ruina fan risovvenire della miracolosa colonna di fuoco che tenea dal cielo alla terra, indizio del trapasso della Vergine che per 89 anni visse ivi in una Grotta“
(F.Gori, Viaggio pittorico antiquario…, 1855, 13)
Un paesaggio disegnato su aride rocce su cui si incastellavano con vigore arcano quegli oppida Equi che ancora si mostrano reticenti a svelare i recessi più riposti ove compaiono graffiti magico-religiosi di tracce preistoriche rupestri.
Feudo dell’abbazia di Subiaco, dal 1115, cui fu tolto da Recaldo, che aveva fatto prigioniero l’abate sublacense. Fu restituito ai benedettini da Roberto re di Napoli nel 1327.
“Comune dell'abbazia di Subiaco, con territorio giacente in colle e in monte, il quale principalmente produce vino, ghiande e pascoli, con mediocri fabbricati. La chiesa matrice parrocchiale è dedicata alla Beata Vergine Assunta in cielo. La terra trasse il nome da quella prossima di Canterano, ed è posta sopra un colle ch'è parte sul dorso di monte Crufo o Ruffo. Nella cronaca sublacense se ne fa menzione per la prima volta circa la metà del secolo XII, ed allora apparisce come proprietà di quel Recaldo che ricordai a Canterano, col quale paese ebbe poscia comuni le vicende”
(G. Moroni , Dizionario di erudizione storico- eccelesiastica, 1854, 222)
Si lega indissolubilmente a Canterano, dal momento che la Rocca venne eretta nel corso del X secolo, per difendere il paese posto più a valle. E di questo ne segue le sorti e le vicende raccontandosi con il suo sali e scendi a scalette, con le curve a serpentina, la sua risposta urbanistica agli assalti continui di briganti e banditi.
Di carattere fiero e bellicoso il Borgo si marcò pure di un celebre ratto di donne che si ritualizzava in un pranzo pubblico e che oggi veste le forme di sagra lasciando l’invocazione eloquente ad un tipo speciale di tagliolini, i “cecamariti”, che parrebbe smentire la cupa descrizione del Gregorovius:
“i paesi posseduti dall'abbazia, ad eccezione di Subiaco il quale giace al basso, sorgono bruni e neri in cima ai monti, costrutti di tufo calcare. La lora foggia bizzarra di costruzione, la loro solitudine in quella regione romantica, il modo di vestire, la lingua gli usi, i costumi degli abitanti, producono una profonda impressione. Se non chè la miseria di quei poveri montanari è spaventosa; il loro nutrimento limitato a poca quantità di cattivo gran turco è meno sicuro di quello degli animali dei campi, a cui provvede largamente la natura”
(Ricordi storici e pittorici d’Italia, 1865, 276).














