Cerreto Laziale
Con la sua rocca domina la valle del Fiumicino, Cerreto Laziale, abbracciandosi ad un colle non lontano dalla catena dei monti Ruffi. Fu in primis Monte Rufo e poi Cerneto, pagus fortificato di uno di quei centri del territorio degli Equi, accovacciato sulle vette selvose dell’area tiburtina.
“Picciola terra del distretto di Subiaco di 670. abitanti, 10 miglia distante da Subiaco e 13. circa da Tivoli, alla quale si va da Subiaco passando per Tuccianello, Gerano, e s. Anatolia, e da Tivoli passando per la valle degli Arci, Siciliano e il piano di Pisciano e delle Vigne, traversando dopo Siciliano i varii influenti che formano il Rio Sambuci. La terra è posta sopra un colle dipendente dalla catena del monte già Crufo, oggi Ruffo, e sebbene stia fra monti dirupati o selvosi è in una situazione amena, trovandosi in una larga convalle che unisce quel dorso gruppo delle montagne di Guadagnolo.”
(Nibby, Analisi stor.-top.-antiq. ..dei dintorni di Roma, I, 241).
Cresciuto nell’orbita di Subiaco, intorno all’anno Mille, venne confermato come possedimento ai monaci sublacensi, da papa Pasquale II, nel 1115.
Si aggroviglia il Borgo attorno a ciò che resta della sua rocca, cinta da mura, la cui struttura medioevale, del secolo XIV, sorveglia con la mole asciutta della sua cilindrica torre la valle sottostante. Un paesaggio eroico, con i suoi cerri secolari, sublimato, come gran parte dell’area circostante, da pennelli celebri e dall’empito emotivo di scrittori e viaggiatori che nella selvaggia e rude bellezza dei luoghi e di una natura incontaminata, trovavano ristoro e ricreazione artistica e intellettuale.
Luogo non solo di rapimenti estatici ma di brigantaggio. Celebre la vicenda della gatta e dell’astuto riscatto dei cerretani.
Narrano le cronache di quella primavera del 1592 che il famigerato brigante Marco Sciarra, con 300 dei suoi, tentò di distruggere Cerreto e i Cerretani. Nell’attacco alle case isolate, abitate anche da immigrati milanesi, furono uccise ben 45 persone, non senza barbarie su donne e bambini. Ma per rompere l’assedio i cerretani ricorsero ad un’astuzia. Scelsero una gatta robusta alle cui:
“zampe posteriori e alla coda dell’animale legarono un fascio di materia infiammabile. Poi, all’ora concordata con gli alleati dei paesi più prossimi, diedero fuoco e dall’alto dei merli della fortezza gettarono la gatta dove dormivano i briganti”.
Le fiamme intanto si propagavano nella paglia e sul fieno su cui dormivano i briganti, con esiti facilmente prevedibili. Contemporaneamente i pochi armati cerretani facevano una sortita, mentre irrompevano in loro soccorso e, armati di tutto punto, anche gli abitanti dei paesi più vicini.
Della vicenda oggi rimane un palio, con tanto di corteo storico, cena nei rioni e spettacolo di fuochi, allusivo evidentemente dell’episodio della gatta e con esso al carattere risoluto di una terra asprigna quanto severa.














