Capena
Su quella valle del Tevere abitata da antiche popolazioni italiche fidelizzate ai Veienti, Capena dominava il fosso di San Martino con i suoi Capenati:
“Delle citta etrusche più vicine al Tevere, Capena non fu certamente delle più oscure, quantunque non si contasse mai come una lucumonia particolare, e si riguardasse piuttosto come una dipendenza di Veii, colla quale fu sempre strettamente unita”
(A.Nibby, Analisi storico antiquaria.., 1849)
Circondata da Falisci, Sabini, Latini ed Etruschi gravitava nell’orbita di quest’ultimi in una porzione fertilissima dell’agro romano o meglio dell’Ager Capenas ( il quale comprendeva, oltre il comune di Capena, Fiano, Morlupo, Civitella, Nazzano, Ponzano, Filacciano, Torrita Rignano, sant’Oreste, Castelnuovo e Riano):
“Si vis pingues agros et vineas perge Capenam”(se desideri fertili campi e vigneti dirigiti verso Capena)
( Cicerone, Ep., Ad Familiares)
Un territorio ridente di viti con la sua folta copertura di cerri e roverelle, aceri e ginestre che si lascia accarezzare dal percorso sinuoso del Tevere. Ma Capena allora era la Civitucula della lega dei capenati:
“Capena che trovavasi nel centro di queste terre, fu certamente a Civitucula, come ne fan prova la sua topografica situazione, gli avanzi esistenti e rottami copiosi d'ogni sorte, e le lapidi ivi rinvenute. Essa è sopra un colle isolato, oblongo, curvato a guisa di mezza luna, coronato da altre colline il quale ha circa 1 miglio e mezzo di circonferenza ed è il vertice di un triangolo quasi equilatero, che ha alle estremità della base Morlupo e Leprignano distanti fra loro e da Civitucola 3 miglia”
(A.Nibby, Analisi storico antiquaria.., 1849)
Un altopiano immerso in un vasto reticolo di necropoli su cui incombe il diruto Castellaccio come romantica ruina di una civiltà scomparsa. Di qui proviene lo splendido piatto del III secolo a. C., attualmente a Villa Giulia, che mostra un elefante in battaglia (con sopra tre guerrieri e un castelletto) seguito dal proprio elefantino.
La moderna Capena è a sudovest della vecchia città e costituisce un ampliamento del villaggio medioevale col nome cambiato in Leprignano. Si aggrappa su di una lingua di tufo a guardia del fosso col suo grumo di casette grigie. Si incastella col suo ronzare di vicoli e portoni intorno alla mole del Palazzo de Monaci che abbandona le originarie fattezze medioevali per un abito più docile di maniero gentilizio rinascimentale.
Da qui la vista si compiace di una natura ancora aspra e selvaggia che veglia su di un piccolo Lago, il lago di Puzzo, che scompare e riappare. E’ riapparso nel 1930 ma è in via di colmamento. Ha acque fredde, di un marrone denso legato ad un fenomeno di sprofondamento del territorio. E’ il rigurgito di una terra viva che si lascia accarezzare da misteri della natura e della storia.














